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Moda Positano

Il grande John Ruskin, pittore inglese dell'Ottocento caposcuola del movimento "Arts and Craft", tracciò nel suo diario di viaggio in Italia una fitta serie di brevi, densissimi appunti. Il 7 marzo 1847 sosta a Positano - annotava: "Folle di contadini vanno su e giù per la valle - belli nei lineamenti e nell'ossatura - impudenti, comunque e le donne sfacciate. Una ragazza sorridente di quattordici o quindici anni, il più fine viso che io abbia visto in Italia - una perfetta ninfa del mare. Abito peculiare: un fazzoletto obliquo sul petto, vivace nel colore, corsetto aperto, sottane corte e grandi sandali ai piedi."

L'artista si meravigliò dunque del fatto che da queste parti le donne non camminassero con gli occhi a terra, che sorridessero ai forestieri, che, alla pari degli uomini di qui, avessero quella allure sicura e sfacciata, da gente di mare abituata alle incursioni piratesche, ad affrontare le tempeste della natura e dell'esistenza guardando dritti davanti a sé. I corsetti slacciati, le gonne corte delle ragazze più che significare indecenza indicavano una semplicità di vita in sintonia col caldo ambiente mediterraneo; e se a fine Ottocento Alan Walters si scandalizzava un po' ad osservare le madri che allattavano in pubblico i loro marmocchi, negli anni Cinquanta del nostro secolo il turismo di massa stravolse completamente la funzione e l'immagine dei luoghi: se precedentemente l'"alta stagione" era considerata quella invernale, quando viaggiatori nordici affollavano gli alberghi per trarre beneficio dal clima marino contro i malanni presi nei rigidi e cupi paesi d'origine, e si evitava il solleone troppo violento dell'estate, che si pensava facesse male alla testa, in tempi moderni si prende a rivalutare "la spiaggia": non più luogo dei pescatori che riparano le reti e armano le loro barche per le uscite a mare, ma nuova sede per socializzare, spogliarsi (degli abiti e dei tabù), cambiare pelle (con l'abbronzatura) e personalità, fare sport acquatici e mostrarsi pronti alle avventure erotiche.

Positano con le sue splendide spiagge (quella grande e quella del Fornillo) ha rappresentato egregiamente queste caratteristiche, senza violenza, tutto come in un gioco ironico, solare, divertente. I "giovani leoni" degli anni Cinquanta qui diventano "leoni al sole" (dal titolo del film di Vittorio Caprioli), passando dalle notti di via Veneto a Roma alle immersioni nel cristallino mare de Li Galli, mentre esotici hippies, pittori, musicisti, mistici costituiscono una colorata comunità di habitués.

La moda positanese nacque dunque per soddisfare le esigenze di ambedue i gruppi: i "vacanzieri" dorati e stravaganti e i sofisticati outsiders. Inizialmente, negli anni Cinquanta e Sessanta, costumi, copricostumi e altri indumenti per il mare proponevano coloratissime fantasie d'ispirazione hawaiana: poi negli anni Settanta furono le garze in tinta unita a dettare la moda. Una comunità di artigiani si infittiva e produceva a ritmo continuo, inverno ed estate, per i clienti che tornavano sempre più spesso a rifarsi il guardaroba per le vacanze. Prezzi stracciati, velocità d'esecuzione e l'uso del puro cotone fecero la fortuna dei sarti di qui, tra cui primeggiava "Maria Lampo", così detta perché nella sua boutique riuscì a fare in un'ora un paio di pantaloni ad un turista americano che la ribattezzo subito: da allora la sua boutique è la più celebre del posto. Alle garze colorate degli anni Sessanta si sono sostituiti di nuovo i tessuti di tela o rasatello in fantasie policrome, anche perché l'abuso dei coloranti in polvere (il famoso Superiride) da parte degli artigiani che coloravano i tessuti in enormi pentoloni prima di tagliare i modelli, provocò un pericoloso inquinamento marino, là dove gli scarichi affluivano sotto costa.

Ora la moda-Positano non indica più trasgressione, hippismo, dolce vita, ma semplicità sportiva e amore per l'ambiente: piante mediterranee sono riprodotte sui pattern esclusivi dei modelli, limoni, aranci, fiori e foglie in luminosissime fantasie che servono ad esaltare l'abbronzatura. E i celebri calzolai, che assieme a quelli di Capri e Sorrento confezionavano le scarpe ai divi del cinema, continuano a fabbricare sandali su misura, nei modelli inconfondibili: "ragno", "fratino", infradito, assieme a zoccoli di legno o sughero e comodissime ciabatte di tela con suola di corda, copiate e rilanciate industrialmente dagli spagnoli ma mai eguagliate.

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